All’inizio del pensiero greco vi è un’osservazione dei fenomeni fisici che porta a cercare un principio genealogico del reale, tale che ne determini la struttura stessa, sottraendo al mito il compito di creare un orizzonte di senso alla civiltà. Così Anassimene sotto i cieli tersi di Mileto indica nell’aria e nel suo ciclo vitale l’elemento primigenio che dà sostanza al cosmo, dandogli ordine ed armonia. Hybris, la tracotanza, la smisuratezza è la sfida all’equilibrio sorretto dalla giustizia, da quel logos-misura, che ne preserva il limite, di cui la vita stessa nella sua traiettoria parziale, ne rimarca la rottura, il distacco. Pneuma è il soffio vitale, l’anima che ricompone il suo ciclo, ritornando alla totalità dell’essere e sanando la colpa.
Quasi a confermare una simile intuizione parascientifica, la sfida che l’Antropocene pone come dato strutturale riguarda proprio il delicato equilibrio atmosferico, che appare messo a dura prova dalle enormi quantità di anidride carbonica prodotte dalle attività umane.
Dal 10 al 21 novembre a Belem, il Brasile ospiterà la 30esima Conferenza delle Parti, una assise planetaria volta alla negoziazione di possibili soluzioni in merito al dramma del cambiamento climatico. Gli scenari che si presentano sono quelli paradossali, che nonostante l’incapacità a mantenere i livelli di surriscaldamento entro i parametri necessari di 1,5 gradi, vede avanzare il fronte del negazionismo con al vertice l’America trumpiana ed il suo corollario di alleanze geopolitiche con i padroni del fossile. Belem rischia sin da subito di divenire una parata dell’impotenza del potere, se le problematiche di rilievo che l’urgenza impone all’agenda ecologista non saranno cavalcate da mobilitazioni significative dell’opinione pubblica internazionale. In effetti ad uno sguardo d’insieme il tema impone una declinazione che sappia tracciare la complessità delle questioni, a partire dall’esigenza di confutare il paradigma della crescita, di cui guerre, migrazioni e diseguaglianza non sono che gli effetti più rilevanti. Un modello economico appare ormai aver esaurito la sua capacità di narrazione seduttiva, presentando un conto salato che tuttavia l’enorme centralizzazione del capitale economico sembra voler far pagare non solo ai settori subalterni, ma anche alle classi medie occidentali. Il senso di insicurezza che ne consegue alimenta a sua volta un dispositivo paranoico che cerca il suo disinnesco nel ricorso a dinamiche securitarie e a narrazioni identitarie e suprematiste. Un circolo vizioso che avvilisce in un’assenza di futuro quelle giovani generazioni, che avevano provato a infrangerne la gabbia con le mobilitazioni mondiali dei Friday for future. Dalla risposta politica il piano del dibattito pubblico appare slittare su quello della colpevolizzazione individuale, rimuovendo la possibilità di analizzare le cause che ogni anno portano ad estrarre dal pianeta tonnellate di risorse per sfamare un meccanismo di messa a profitto del vivente, che come effetto di scarto altera la stessa pellicola vibrante del pianeta.
Bruno Latour, uno dei massimi filosofi contemporanei, scomparso nel 2022, nel suo ultimo lavoro, mette in evidenza come gli esseri umani abbiano perso la relazione con le cose inerti, quelle che componevano il mondo materiale e che definiscono la sedimentazione storica del paesaggio vivente, cioè di quel territorio composto dalla sua interazione costante con l’agire umano. Le cose inerti continua Latour esistono solo per un’esperienza del pensiero, che agisce come meccanismo di proiezione di scenari irreali, privi di coscienza antropologica. Per contrastare questo disallineamento tra soggetto e ambiente, occorre ricollocare lo sguardo nello spazio, così da interpretarne il vissuto materico e ridefinirne la postura temporale.
Occorre, conclude il filosofo, …riannodare il nodo gordiano che la modernizzazione aveva tranciato, ritrovando le maniere che le forme di vita hanno per mantenersi in esistenza.
L’urgenza di una fuoriuscita da un modello culturale che è andato a strutturarsi a partire da una perdita di centralità del conflitto capitale-lavoro ha prodotto un’eccedenza narrativa per cui le merci sono diventate idee platoniche, enti smaterializzati che plasmano con la loro essenza la forma del vivente.
Un’istanza materialista sembra ritornare a dettare l’agenda della sopravvivenza. Un materialismo del sacro, direi, cioè in grado di restituire una pregnanza reale al fantasma del nulla che abita le nostre menti.
Nel suo saggio divulgativo, La materia del mondo, il giornalista Ed Conwey ci avverte che, per quanto convinti giustamente di vivere in una dimensione virtuale e dematerializzata in misura preminente, in realtà “il mondo fisico continua a costituire l’impalcatura di tutto il resto…”
In effetti se estendiamo il ragionamento alla prospettiva globale, appare necessario recuperare quel sottile filo spesso insanguinato che collega lo sfruttamento feroce dei minatori nelle cave di coltan congolesi, con quegli stessi smartphone con cui chiamiamo a raccolta contro le sfuggenti tecnocrazie feudali del digitale, vere centrali di potere concreto e di inquinamento materiale.
E’ avvenuto in altri termini quello che Roberto Finelli e Marco Gatto definiscono un processo di superficializzazione della Realtà e delle sue rappresentazioni post-moderne, per la quale la fine di ogni fondamento presuppone uno svuotamento di contenuti concreti, mentre l’unico livello ormai perseguibile resta quello simbolico della comunicazione fine a sè stessa. E questo risulta ancora più vero se ci ricolleghiamo ad un altro importante pensatore, Hans Jonas il quale sosteneva l’importanza di un investimento significativo nella conoscenza teorica, per ampliare gli scenari temporali ed ergerli a punti di riferimento dei destini collettivi, declinati alla luce di quello che definiva il principio responsabilità. Per arrestare il Prometeo scatenato, bisogna saper individuare un criterio che muova dalla necessaria responsabilità che si deve assumere nei confronti delle future generazioni, a partire dalla cura della vita, esposta nella sua nudità al dominio che la scienza e la tecnica esercitano sulla natura.
Oggi la riflessione ecologista, anticipata da una figura messianica quale Alexander Langer, impone il riconoscimento delle interconnessioni esistenti ed attive tra uomo, natura e differenti organismi, interni ed esterni ai corpi viventi. Quella biodiversità che nella relazione con l’habitat possiamo trasporre da una scala infinitesimale quale quella del microbiota intestinale, fino ad arrivare al complesso climatico della Terra. Occorre quindi un capovolgimento, letteralmente una catastrofe, perché si recuperi a fondo il senso dell’umano, come organismo soggiacente alle leggi di Gea. Un salto che trovi il suo slancio nella elaborazione della catastrofe stessa, come occasione per mutare le forme di una relazione alterata, così da superare una volta per tutte quella vera e propria antropologia della carenza, da contrapporre alla meccanica dell’eccedenza. La catastrofe deve aprirci ad una nuova traiettoria in cui il consumo cessi come norma paradigmatica per dare vita ad una necessaria relazione di cura inter-organica.
Occorre liberare l’essenza violata del pianeta, sottraendola ai rituali incantatori dei nuovi apprendisti stregoni degli oligopoli economico finanziari e digitali, recuperando un agire collettivo che sappia attraversare la catastrofe e riportarci al sicuro nel grembo della nostra antica Madre.
Marco Cosentina




Marco molto interessante il tuo articolo! Riprendere le idee di Jonas sarebbe molto importante, sottolineare che la responsabilità è la consapevolezza che nasce da due estremi poco utili come l’angoscia paralizzante o al contrario un atteggiamento sfrontato e pericoloso di uso predatorio delle risorse. Il coraggio e la responsabilità sono la posizione di chi sa cosa si rischia e per questo si impegna per una soluzione possibile. Credo che si faccia leva , con i giovani , troppo poco sul desiderio e fascino di ciò che di buono, costruttivo e necessario si può perseguire: la paura della catastrofe ( pur dietro l’angolo) e l’eco ansia non bastano. Il motore che muove non è l’angoscia ma la possibilità di agire per qualcosa di bello e costruttivo. I giovani hanno in sé la forza e l’energia del desiderio e del sogno, del cambiamento . Ogni generazione, diceva Arendt , ha la sua rivoluzione da fare. Sosteniamo quella dei giovani del nostro tempo. Come adulti dovremmo alimentare maggiormente questo potenziale , incoraggiare il loro protagonismo, dare voce e spazio al “ possibile” cambio di orientamento che hanno nella mente e nel cuore. Impareremmo molto anche noi adulti !
Arianna
Ottima analisi come sempre, bravo Marco